« O nera notte, che avvivi stelle d’oro, / ora questa brocca poggiata sul capo, / ecco, la porto al fiume a prendere l’acqua.» È la prima battuta che l’Elettra di Euripide pronuncia quando entra in scena. Un’Elettra degradata da Egisto a sposa di un Contadino (che non osa, però, toccarla), umiliata ed esiliata in campagna, a portare brocche d’acqua sul capo come una serva qualsiasi. Elettra, la figlia di Agamennone, la principessa di Micene! Lei, che « come un cigno canoro / sulle correnti del fiume / chiama l’amatissimo padre / finito nei lacci di reti / insidiose». Quella Elettra – per Freud come per Jung soggetto di un « complesso» pari a quello di Edipo – che attraversa il V secolo prima della nostra era, nel fulgore più pieno della civiltà ateniese, per mano dei massimi tragediografi dell’antichità, giunge sino ai nostri giorni, alle opere di Hofmanns-thal, O’Neill, Giraudoux e Marguerite Yourcenar. Si possono passare anni a studiare e paragonare le Coefore di Eschilo e le due versioni di Elettra di Sofocle e di Euripide, e decenni a compulsare l’Oreste di Voltaire e quello dell’Alfieri insieme a Les mouches di Jean-Paul Sartre, ma la domanda di fondo resta: che cosa rappresentano nella tragedia la figura, l’intreccio e l’atmosfera dell’Elettra di Euripide, colui che Aristotele definiva « il più tragico dei poeti», il drammaturgo cui Sofocle attribuiva mimesi totale della realtà? Sofocle « faceva gli uomini quali debbono essere», riportava la Poetica, Euripide « quali sono». Si deve forse, con Schlegel, pensare che l’Elettra è la peggiore delle tragedie di Euripide? Perché intravede un lieto fine, con Oreste assolto ed Elettra sposa di Pilade? O per la sua atmosfera bucolica e il suo tono talvolta dimesso? Eppure, l’Elettra di Euripide è capace di smontare punto per punto il famoso ragionamento che segnava il cardine della scena di riconoscimento tra lei e Oreste nelle Coefore di Eschilo. E il dramma possiede momenti di altissimo lirismo, e rievocazioni sublimi dell’Iliade nei canti del Coro. A tutte queste domande la splendida introduzione e l’attento, partecipe commento di Guido Avezzù danno risposte equilibrate e affascinanti. E al genio poetico di Euripide dà voce la sua limpida, ispirata traduzione.