« Forse il lettore sarà spinto a trarre una morale da questo racconto, ma la mia unica intenzione è stata di ricreare un uomo e la sua epoca, e di produrre non tanto un “romanzo storico” quanto una meditazione sulla storia»: così nel 1967 William Styron presentava ai lettori il libro con cui l’anno seguente avrebbe vinto il Premio Pulitzer per la narrativa. L’« epoca» cui allude è la Virginia del 1831, l’« uomo» lo schiavo nero Nat Turner, che in carcere attende l’esecuzione capitale. A ritroso, con un linguaggio efficacissimo in cui si mescolano toni apocalittici e nostalgia di affetti perduti, Nat ripercorre le vicende che da schiavo benvoluto dai padroni lo hanno portato, fanatico angelo vendicatore, a guidare una cruenta rivolta di schiavi. Ispirato a una storia vera e basato sull’omonimo documento del XIX secolo, Le confessioni di Nat Turner raccolte in carcere e trascritte dall’avvocato Thomas R. Gray, il romanzo fu ostracizzato dagli intellettuali neri perché ritenuto « scandalosamente razzista». Sulle critiche e sui violenti attacchi di cui fu oggetto riflette lo stesso Styron nella Postfazione, ribadendo che – come nel successivo La scelta di Sophie – il suo intento era attingere a storia e immaginazione per porsi e porre al lettore fondamentali quesiti sul tempo e sul rapporto tra bene e male, tra passato e presente, tra responsabilità individuale e necessità sociale.